Comune di Sirmione


LA SARTORIA BRANCATO
Ampia, maestosa e regale, la figura di Eufemia Brancato potrebbe essere quella di una Turandot agée, che ha superato gli ottant'anni e che, con il tempo, ha temperato il carattere in superiore saggezza: come Turandot la immaginiamo assisa fra cuscini e baldacchini, capace di disporre, con un cenno, della vita dei suoi sudditi. Ma per fortuna la signora Brancato è una Turandot dolce e sorridente, e i suoi sudditi sono in realtà il figlio, i nipoti e i collaboratori che l'attorniano nella sartoria di cui è titolare.
In quel suo mondo, fra stoffe e filati, rocche ed aghi, paillettes e cordoni, forbici e vernici, Eufemia esercita una monarchia illuminata che la porta ad essere molto rispettata, ma anche molto amata.
La Sartoria Brancato è nata nella Milano del dopoguerra per la fornitura dei primi costumi al Piccolo Teatro, per i giovani Luciano Damiani ed Ezio Frigerio; si è organizzata nei primi anni Sessanta in una struttura capace di accontentare i teatri più esigenti, la Scala innanzitutto, e oggi è un nome che fa parte dell'Olimpo.
Da sempre sita in Porta Genova, fedele a se stessa nella milanesità caparbia di chi la gestisce (ma il nome Brancato, quello del marito di Eufemia, Ugo, deriva dalla Sicilia e richiama una grande tradizione sartoriale), la ditta Brancato è il punto di riferimento per gli scenografi e i figurinisti più prestigiosi. Quando Franca Squarciapino o Luisa Spinatelli hanno una nuova idea e studiano come tradurla in pratica (ricerca del tessuto, modalità di lavorazione, reazione alla luce artificiale del palcoscenico, fino al “su misura” adatto a ogni cantante o ballerino), chiedono udienza alla signora Brancato e sanno che lì i problemi verranno risolti.
Fra la Scala e la sartoria il rapporto non si è mai interrotto ed è cresciuto attraverso Jean-Pierre Ponnelle, Pier Luigi Samaritani, Maurizio Balò, Anna Anni e tanti altri; ha coinvolto i grandi stilisti nel loro misurarsi con la dimensione teatrale, da Versace a Gaultier; ha saputo rinnovarsi non solo nel tempo ma nello spazio, riuscendo a trovare la foggia giusta per Pavarotti come per le marionette Colla.
Per la sola Carla Fracci, la sartoria Brancato ha realizzato 150 costumi:
il primo, il tutù romantico per il secondo atto di “Giselle”, è stato cucito su uno speciale tessuto scovato in Inghilterra e il cui nome è ancora custodito gelosamente.
Nel carnet dei Brancato ci sono veri e propri salti mortali come il costume di Arlecchino per Ferruccio Soleri, in quello che resta forse il più celebre spettacolo mai firmato da Strehler: costume a toppe, difficile da realizzare non solo per l'armonia dei colori ma perchè le fitte cuciture devono consentire elasticità e libertà di movimento. Oggi il costume deve farsi sempre più leggero, per le rinnovate esigenze di mobilità in palcoscenico: ecco che i costumisti e i sarti si applicano allo stesso quesito, e azzeccano la risposta insieme. Proprio la flessibilità alle esigenze degli artisti, e la libertà da vincoli di dipendenza, hanno caratterizzato il regno della signora Eufemia: più che l'imposizione di uno stile preconfezionato, si bada con un senso pratico tutto milanese a trovare il meglio del “qui ed ora”, sia per i premi Oscar come la Squarciapino, sia per i giovani talenti emergenti come Massimo Gasparon e Carla Ricotti.
Entrare in quel mondo, fra il fruscio delle sete e l'afrore delle tinture, é come entrare in un piccolo teatro sui generis, dove gli oggetti inanimati sembrano muoversi di una propria vita segreta, parlare fra loro,  spettegolare fra tulle e taffetà, riprodurre in miniatura microcosmica le passioni del melodramma. Se solo potessimo intrufolarci di notte nell'atelier Brancato, assisteremmo a una pièce molto simile all'Enfant et les sortilèges di Ravel, e resteremmo incantati.

Vittoria Crespi Morbio

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